8 commenti su: start up

  • Poco fa stavo leggendo il sito di un cliente ed ecco che dove spiegano cosa fanno, leggo: “assistenza post-vendita, lo start-up, l’istruzione del personale e l’eventuale conduzione degli impianti” ed allora sorge spontanea la domanda: invece che start-up non potevano scrivere “avviamento” (degli impianti)?
    Ovviamente sì…
    Pochi mesi fa abbiamo rinnovato il sito e la prima cosa che ho detto è: niente anglicismi, Mission e via dicendo .

    • Grazie della testimonianza Paoblog, intanto mi annoto l’esempio che mi mandi dell’uso di start up al posto di avviamento. 🙂

  • A me sembra di ricordare che prima si dicesse ‘giovane’ impreasa. Tipo, le pubblicita’ su relativi finanziamenti o dei programmi di governo dicevano finanziamenti/agevolazioni/politiche per le giovani imprese.

  • Qui si fa confusione tra il verbo to start up nel senso di avviare un macchinario, un dispositivo, o avviare o stabilire un’azienda, un’impresa e il sostantivo che si scrive sempre col trattino o, a volte, negli USA, tutto attaccato, start-up appunto nel senso di giovane impresa, nuova impresa… date un’occhiata sul OED e il Webster.
    Poi ovviamente in inglese ci sono altre sfumature e declinazioni d’uso.

    • Forse devo rivedere la voce, ma più che una “confusione” era il tentativo di riportare due diversi usi dell’anglicismo. Qui l’interesse non è per la lingua di origine (anche visto l’alto numero di pseudoanglicismi in circolazione) ma per quella di arrivo, e in italiano non registro una distinzione tra le forme con o senza trattino (spesso scritte anche attaccate “startup”) che avrebbero un diverso significato.

  • Sono d’accordo con Antonio. La confusione e’ secondo me molto dovuta all’uso che di verbo e sotantivo si fa in Italia. Basta che la parola sia inglese e, nella mente dei piu’, e’ carta bianca per ficcarla ovunque, per fare discorsi e usare sintassi imperniati sul volere usare parole inglesi, non importa come scritte, non importa il signifcato d’origine.
    Ho notato, per inciso, che mi sembra che a volte, forse spesso, le parole inglesi sembrino intraducibili semplicemente perche’ la sintassi usata si impernia su quella parola. Se si costruisce la frase attorno a una parola inglese, si ha un certo costrutto, se lo si fa attorno al la parola italiana se ne ha probabilmente un altro. Per cui, a voler usare la corrispettiva parola italiana in una data frase costruita attorno una inglese, puo’ suonar male se l’unica cosa sostituita e’ detta parola. E’ un vizio logico per cui in Italia, partendo con l’idea di base, inconscia, di voler usare la parola inglese, il costrutto risultante non e’ quello che la parola italiana richiederebbe. Si e’ cosi’ creata la condizione paradossale per cui la parola italiana e’ ora quella che e’ straniera! E’ una profezia autoavverantesi.
    Tornando in tema, per parafrasare quanto Antonio ha scritto altrove, e’ la nevrosi (ossessivo-compulsiva, aggiungerei) di usare parole inglesi a essere confusa, come un drogato in astinenza che non si frega se un ago sia infetto purche’ ci si buchi il prima possibile, l’unica cosa che conta sembra: sparare a zero, basta che si usi una parola inglese al posto di un’ italiana!

    • Il punto dei verbi inglesi è che in italiano, per il momento (e con le prime eccezioni come relax, vote for, enjoy…) non possiamo ancora utilizzarli, e dunque li sostantivizziamo: c’è il drink, ma non “andiamo a drink = bere qualcosa”.

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