email

email (o e-mail) in italiano si può dire posta elettronicacorrispondenza digitale e indica sia un messaggio (missiva, lettera virtuale…) di posta elettronica (sottintende la decurtazione di message email), sia il suo contenuto; a volte indica anche l’indirizzo di posta elettronica (es. dammi la tua email = il tuo indirizzo), e spesso si trova decurtato in → mail.




5 commenti su: email

  • Sono un traduttore livello madrelingua inglese, quindi traduco solo verso l’inglese, ma da quando ho iniziato ad usarla in Italia, la chiamo post@ perché la ‘e’ di e-mail sta per electronic, elettronica appunto, e ‘mail’ vuol dire semplicemente posta, la chiocciola si riferisce ad uno dei componenti indispensabili per rendere l’indirizzo elettronico valido. Quindi la chiocciola ha un impatto visivo inequivocabile a che cosa si riferisce.

    Se l’inglese è riuscito a combinare le due parole, ‘electronic’ e ‘mail’ creando una nuova parola con più significati connessi, trovo che in italiano post@ possa essere usata nello stesso modo.

    Alberto

  • Grazie Alberto, sottoscrivo queste tue considerazioni e accolgo il suggerimento di diffondere nella mia comunicazione personale l’alternativa post@, che trovo creativa, e che oltretutto si appoggia a precedenti come “c’è post@ per te”. Tuttavia è una soluzione al momento utilizzabile solo in alcuni contesti informali, oppure da usare assolutamente per es. nell’interfaccia di un sito Internet, mentre in contesti formali o in registri più alti (per es. un libro) rimane una soluzione non in uso e un po’ “eccentrica”, anche se comprensibilissima ed efficace. Ma poiché è l’uso che fa la lingua, se si diffondesse a partire dai contesti informali… chissà che poi non diventi un’alternativa d’uso anche più ampia. Speriamo 🙂
    Un saluto, antonio zoppetti.

  • Grazie a te Antonio, sono d’accordo, in alcuni contesti non la uso neanch’io, ma in quei casi al posto di e-mail (le due grafìe sono indicate nei dizionari inglesi) uso l’italiano, posta elettronica. Nel mio primo commento, mi sono dimenticato dire che la chiocciola la uso al posto della ‘e-‘ per indicare elettronica. Inoltre, vorrei aggiungere che in inglese raramente si usa ‘mail’ da solo, come si fa sistematicamante in italiano, ad es. «ti mando una mail» e mai per indicare l’indirizzo di post@ «dammi la tua mail». Mi chiedo, come mai se nel mondo anglo hanno la flessibilità anche psicologica nel estendere il senso di una parola normalmente usata in un contesto simile a quello nuovo (invio di lettere e allegati) per adattarla ai tempi moderni perché non si potrebbe o dovrebbe fare lo stesso in italiano? Per argomentare questo stato di cose spesso ricorro al termine ‘mouse’, in passato avremmo senz’altro usato l’italiano, come si è fatto, nel mondo dei fumetti, per Mickey Mouse = Topolino. I francesi lo hanno tradotto ‘souris’, gli spagnoli ‘ratón’, i tedeschi ‘Maus’ e i portoghesi ‘rato’ seguendo la stessa logica che si è seguita in inglese: il nome è stato scelto per la sua forma e il filo che ricordava la forma e la coda di un topolino, termine che si avrebbe potuto tradurre facilmente in topo, topolino o forse topino se non si voleva ricordare Topolino della Disney per la stessa ragione come hanno fatto nelle altre lingue. Un saluto, Alberto

  • Hai ragione Alberto, questo è uno dei punti nevralgici del nostro atteggiamento insensato che sta portando a un’anglicizzazione sempre maggiore della nostra lingua. Non c’è solo l’esempio di “mouse” ce ne sono tantissimi, anche “tablet”, per esempio, in inglese è una tavoletta, ma nell’acclimatamento che avviene da noi, queste parole assumono una connotazione come tecnicismi “insostituibili” o come tecnicismi che in realtà sono solo pseudotecnicismi; e così preferiamo “selfie” ad “autoscatto”, “cordless” invece di “senza fili”… “e-mail” la decurtiamo in “mail” forse perché ci sfugge il significato originale dell’inglese, e perché spesso decurtiamo all’italiana molte parole (persino il “beauty case”, pseudoanglicismo di nostra invenzione, diventa il “beauty”), come la pallavolo si sta trasformando in “volley”, invece che caso mai volleyball… In questo processo il fatto che “suoni” inglese è più importante del fatto che “sia” inglese.

  • Sono d’accordissimo. Anche a me capita molto spesso di fare gli identici discorsi che fai tu. Però, quel che è grave, è che devo farli anche nel mio mestiere, perché essendo un traduttore dall’italiano all’inglese mi capita spesso di proporre equivalenti italiani agli autori dei testi italiani pieni di parole inglesi. Troppo spesso gli autori argomentano che trattasi di testi tecnici, o come diresti giustamente, pseudotecnici si rifiutano di cambiare il loro testo originale. Però spesso, questi pseudotecnicismi, come li chiami giustamente, mi complicano la vita perché sono usati impropriamente e a volte sono fuorvianti e spreco tempo prima a capire a che cosa si riferisce l’autore e poi a cercare il termine inglese corretto per quel contesto specifico.

    A volte ho l’impressione che l’inglese sia usato come un nuovo latinorum…

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